Avigliana, la città ed il territorio


La città di Avigliana è situata ad una ventina di chilometri a ovest di Torino nella parte terminale della Valle di Susa, internamente all’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana tra il Monte Pirchiriano, su cui sorge la Sacra di San Michele, la Dora Riparia e la collina di Rivoli.
Fa parte della città metropolitana di Torino e della Comunità montana Valle Susa e Val Sangone.
È il comune più popolato (circa circa 12 000 abitanti) ed economicamente più importante della Valle di Susa.

Abitata fin dal neolitico, scavi del XIX secolo hanno qui portato alla luce il sito statio ad fines, ricordata negli intinerari di epoca romana: era infatti il luogo di esazione doganale della quadragesima Galliarum, tassa sulle merci in transito al confine tra l’Italia e la Gallia. Il nome “Avigliana” avrebbe avuto origine in quel periodo dal gentilizio « Avelius o Avilius » unito al suffisso « anus/ana » comune ai toponimi di origine latina. Esso indicherebbe l’esistenza di tenute agricole di vari proprietari romani o romanizzati.

I monumenti

La città è un autentico gioiello medievale posto accanto alla Sacra di San Michele.

Il castello

Da: “ARCHEOLOGIA A PORTE APERTE”

Situato all’imbocco della Valle di Susa, sulla cima del Monte Pezzulano (467 m s.l.m.), il castello domina il paesaggio della collina morenica con i laghi, i borghi che compongono Avigliana, la Sacra di S. Michele e la bassa valle della Dora.

Le indagini archeologiche si sono svolte in tre campagne tra il 1988 e il 1990, più un intervento nel 1997, in occasione del cantiere di restauro delle cortine e di sistemazione dei percorsi.
Gli scavi hanno interessato una parte della superficie interna del castello e non si sono potuti approfondire fino ai piani d’uso medievali a causa degli ingenti riporti effettuati tra Cinque e Seicento per gli adeguamenti difensivi contro le artiglierie, che li hanno quindi sepolti sotto circa due metri di terra: i livelli attualmente percorribili sono dunque molto falsati rispetto alle quote originali.

Integrando e confrontando i risultati archeologici con le notizie tratte dai documenti scritti e da alcune raffigurazioni del castello, si possono riconoscere le principali componenti del complesso fortificato e le loro evoluzioni nel tempo.

Secoli X-XII La più antica citazione del “castrum Avilianae” risale al 961, ma nulla sappiamo sulla consistenza edilizia del castrum della fine del X secolo e ben poco anche dei due secoli successivi: nell’XI secolo divenne proprietà dei Savoia, che lo ricevettero in dote per il matrimonio della contessa Adelaide di Susa con Oddone di Moriana, e nel 1187 risulta che il castello fu danneggiato nel corso dell’assedio e della conquista di Avigliana da parte dell’imperatore Enrico VI. Tratti di muratura a corsi di pietra disposti a “spina di pesce” caratterizzano genericamente le parti più antiche delle strutture, mentre l’impiego di blocchi squadrati compare nelle aggiunte successive.

Secoli XIII-XIV L’immagine che affiora in frammenti dalla documentazione scritta dei secoli XIII e XIV è invece più precisa e può corrispondere in generale all’impianto ancora in parte percepibile: racchiuso da una cinta di forma irregolarmente ellissoidale che segue il profilo del rilievo naturale, il castello comprende una manica residenziale, con cappella, addossata al lato orientale, una massiccia torre quadrata centrale ed una falsa torre semicircolare nell’angolo sud, verso il borgo di Folonia dove sorge la chiesa di S. Pietro.
Nel corso del Duecento la porta del castello, un fossato e un forno sono menzionati in relazione a lavori di costruzione o di manutenzione, come la riparazione di tetti in scandole di legno e coppi. Nel 1212 compare citata la cappella del castello, dedicata a S. Maria Maddalena; tra il 1267 e il 1268 è segnalata per la prima volta l’aula castri, l’aula delle udienze, mentre dal 1306-1307 accanto all’aula si trova la sala castri, anch’essa destinata alla vita di relazione e agli atti di governo. I documenti trecenteschi attestano uno sviluppo verticale a più piani della manica residenziale, dove gli ambienti di rappresentanza e la cappella si trovano ai livelli superiori, al di sopra di locali di passaggio, di servizio e cantine situati a piano terra; quest’ala affacciava su una corte interna superiore, mentre sulla sottostante piccola basse cour gravitavano le stalle, il forno per il pane e il granerium, utilizzato per immagazzinare i proventi in natura ricavati dal pagamento dei banna (tributi). L’acqua piovana veniva raccolta da gronde di legno e convogliata nella cisterna, scavata nella roccia.


Secolo XV La ricostruzione planimetrica della fase tardo-medievale, basata sulle parti rimaste e sui risultati degli scavi, può essere confrontata con la preziosa immagine del castello raffigurata in un affresco quattrocentesco della chiesa di S. Pietro.
Vi si riconosce il lungo camminamento di ingresso, protetto da torri e alte muraglie, che conduceva al torrione quadrato, non ben identificabile nell’affresco ma attestato dai documenti e dalle planimetrie cinquecentesche e ritrovato in scavo.
Pur con qualche errore di prospettiva, il dipinto ci da l’immagine della falsa torre rotonda e degli articolati volumi della chiesa e degli edifici residenziali che emergono dalle mura merlate.


Secolo XVI Nel 1536 il castello subì gravi danni da parte dei Francesi, ma fu poi risistemato. Una mappa datata 1593-1595 ci dà la pianta del complesso alla fine del secolo e identifica con scritte gli ambienti della manica residenziale situati al piano superiore: una camera inglobata nel torrione sud, una recamera, la salla e la capella. La porta del castello è sempre rivolta verso il Borgo Vecchio e al centro della corte è ancora presente la ritrovata torre quadrangolare.
Completa il disegno un massiccio terapieno addossato alla cortina occidentale, creato per adeguare le difese all’introduzione delle armi da fuoco. Il riporto di terra è stato riconosciuto archeologicamente e sono emersi anche un muro di contenimento interno, parallelo alla cortina occidentale, e tre muri di spina ortogonali realizzati per irrobustire il terrapieno, che potrebbero tuttavia anche appartenere agli interventi seicenteschi.

Dai secoli XVII-XVIII a oggi Nel 1629 Carlo Emanuele I incaricò Carlo di Castellamonte di elaborare un ambizioso progetto di “ammodernamento” della piazzaforte, ritenuta fondamentale per la difesa del territorio piemontese, ma i lavori appena iniziati furono vanificati l’anno seguente dai Francesi, che conquistarono il castello e demolirono le opere di potenziamento difensivo. Restituito ai Savoia col Trattato di Cherasco del 1631, fu probabilmente riparato dai danni dell’assedio per la visita (1635) di Cristina di Francia, moglie di Vittorio Amedeo I. In vista di un nuovo, imminente assedio, nel 1690-91 si rafforzarono le strutture con palizzate, trincee e riempimenti dei locali inferiori con terra e letame, allo scopo di attutire i colpi dell’artiglieria, ma queste opere non ressero all’assalto sferrato nel 1691 dal maresciallo Catinat, che, dopo la presa, fece saltare le fortificazioni con le mine. Ridotto a rudere, il castello fu ancora utilizzato per postazioni difensive nel 1700.
Una rappresentazione del noto Theatrum Sabaudiae (Teatro degli stati del Duca di Savoia), realizzato sul finire del Seicento, ritrae Avigliana prima della demolizione del Catinat: il castello vi appare ancora come una solida costruzione contornata da un vasto sistema di mura bastionate alle pendici del monte, frutto degli interventi seicenteschi, ma forse enfatizzate e falsate – come altre vedute del Theatrum – dagli intenti di propaganda dinastica dei Savoia.
Nel 1882 il marchese Gerardo di S. Tommaso donò al comune i resti del castello, che dieci anni dopo furono restaurati. Nel 1927 le rovine furono incluse nella sistemazione a “parco del littorio”, piantumato con pini neri, mentre l’ultimo utilizzo bellico risale alla seconda guerra mondiale.

Architetture religiose

Santuario della Madonna dei Laghi affacciato sul lago, è gestito dai salesiani. Nonostante sia diverso l’architetto, le maestranze che vi lavorarono sono le stesse che operarono al Monte dei Cappuccini di Torino, per cui non poche sono le somiglianze tra i due edifici religiosi, specie nell’architettura esterna.
I lavori per la costruzione dell’edificio possono farsi risalire al novembre 1622 quando, per volere del duca di Savoia Carlo Emanuele I. Casa Savoia era molto legata al luogo poiché, secondo la tradizione, Bona di Borbone, sposa di Amedeo VI, il “Conte Verde”, avrebbe sostato in preghiera innanzi all’immagine della Madonna, ancora conservata all’interno del santuario, chiedendo di poter avere un erede maschio: ciò si verificò, e il Conte Verde poté trasmettere la sua discendenza al figlio Amedeo VII di Savoia, il “Conte Rosso”.

Chiesa di San Giovanni è sita in piazza Conte Rosso. Fu fondata del XII secolo. I lavori, ripresi ed interrotti più volte terminarono sotto Amedeo V. Lo stile della chiesa era gotico, comunemente seguito a quei tempi, e la facciata ne conserva le caratteristiche. Conserva lo stile gotico anche l’atrio, che faceva parte della chiesa prima delle modifiche del sec. XVII, quando l’edificio venne modificato radicalmente, in cui sono in parte conservati affreschi tre-quattrocenteschi. Conserva un pregevole campanile del XIV secolo, notevole per la forma caratteristica delle trifore e per i preziosi dischi di maiolica decorata, fissi sopra la cella campanaria.
L’interno è una piccola pinacoteca di Defendente Ferrari. Si ammirano cinque trittici ed altre opere dell’artista o della sua scuola.
Da notare anche il bellissimo altare del Beato Cherubino Testa, ricco di marmi vari, scolpiti e dorati.

Chiesa di Santa Maria Maggiore Le origini della chiesa di Santa Maria Maggiore in Borgo vecchio sono incerte. Le prime notizie risalgono al 774 quando vennero realizzati i primi rifacimenti dopo i gravi danni subiti dalla Chiesa nel 773 nel corso della battaglia tra Carlo Magno ed i Longobardi.
Nel 806 fu distrutta da un’orda dei Saraceni. Soltanto tra il 900 e il 980 con Arduino Glabrione e Manfredi I la chiesa ebbe il suo secondo rifacimento.
È del XII secolo il primo documento che faccia esplicitamente riferimento alla chiesa. Nel 1159 l’imperatore Federico I conferma, tra i privilegi della Chiesa di Torino, la corte di Avigliana con il castello, la pieve ed il distretto. Nel 1164 Federico Barbarossa, in lotta contro il Beato Umberto III, ordinò la distruzione tanto del castello, quanto della chiesa di Santa Maria e dei Portici di Borgo Vecchio. Successivamente nel 1165 il vescovo torinese Carlo e poco dopo nel 1170 il conte Umberto III, dimostrano interesse alle sorti complessive della prevostura di Oulx compresa la chiesa di Avigliana. Il terzo rifacimento della Chiesa avvenne tra il 1215 ed il 1223 ad opera di Tomaso I, figlio di Umberto III.
L’edificio in epoca quattrocentesca era a tre navate, costituite ciascuna di tre campate, con l’aggiunta del presbiterio e del coro ed impianto pentagonale dell’abside. L’impianto quattrocentesco rimarrà probabilmente invariato fino al XVII secolo.
Nel 1536 la chiesa fu distrutta per la quarta volta in seguito a un’incursione dei francesi. La Chiesa venne riedificata per opera di Emanuele Filiberto dopo la cacciata dei Francesi (battaglia di San Quintino, pace di Chateau Cambresis 1557-1559). Con questo rifacimento la chiesa perse la sua fisionomia originale a sesto acuto.
Prima della fine del XVII secolo la chiesa ebbe la sua quinta riedificazione con le attuali linee di ispirazione barocca. Delle linee originarie rimangono il campanile e l’abside, ed anche il coro conserva la forma a sesto acuto.

Chiesa di San Pietro Situata al centro dell’omonimo borgo pare sia stata fondata da Giuseppe Birillo di Novalesa, tra il IX e X secolo dopo la distruzione della loro abbazia da parte dei saraceni e su un preesistente tempio pagano. La parte più antica oggi esistente (le due absidi) risale tra la fine del X secolo e gli inizi dell’XI; la costruzione del campanile e l’ampliamento dell’edificio alla fine dell’XI secolo- inizi del XII. La prima cappella a sinistra si colloca oltre la metà del Trecento, mentre la seconda a sinistra risale oltre la prima metà del XV secolo; il fastigio della facciata venne eseguito entro il 1450. L’ultimo intervento per la valorizzazione scenografica della chiesa si ebbe nel 1842 con la costruzione della scalinata in cotto e pietra.
Essa presenta caratteristiche prettamente romaniche. Si sono aggiunte successivamente decorazioni in stile gotico tra il XIV e il XV secolo. Ha tre navate. All’interno vi sono numerosi affreschi, eseguiti tra l’XI e il XV secolo.

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Annesso alla Chiesa, sul lato est, dalla fine del secolo XVIII vi è un piccolo cimitero recintato, non più in uso dall’inizio del secolo XX.

Per alcune fotografie del cimitero di San Pietro clicca qui

 
 

Architetture civili


L’imponente edificio tardomedioevale, articolato in un corpo centrale e in maniche laterali, erette a delimitare un’ampia corte centrale, appare pertanto composto da una residenza padronale di considerevoli proporzioni, abbellita nel piano alto da una splendido loggiato e da costruzioni periferiche adibite a funzioni di servizio, che lo riconducono alla tipologia della casaforte.
Oltre alle dimensioni e alla presenza di tratti di merlatura, oggi murata, proprio la sua particolare posizione, relativamente isolata e dominante sull’ingresso della via, lungo cui si sviluppa il tratto più antico del Borgo Vecchio, ne giustifica l’interpretazione come struttura ad impianto residenziale-difensivo.
La protezione dell’accesso – consentito esclusivamente da un ponticello in muratura – garantita da un massiccio portale secentesco a bugnato con timpano sovrastante e volute, sottolinea il senso di isolamento del complesso.
 

 

Casa Senore

La Casa Senore è anche ricordata come “Casa del Vescovo”, sebbene Avigliana non sia mai stata sede episcopale. Affacciata sulla antica strada di Francia che attraversa il Borgo Vecchio di Avigliana, è, nello stesso tempo, una preziosa testimonianza di tipologie architettoniche civili emergenti nel tessuto urbanistico medievale.
La costruzione trecentesca è caratteristica per il paramento murario ‘a spina di pesce’ ed il portico con archi a sesto acuto ornati da cornici in cotto e capitelli in pietra; le bifore al primo piano spiccano per eleganza.
Dell’edificio originario sono sopravvissuti soltanto la parte porticata e due piccoli ambienti al di sopra di essa. La costruzione, rimasta per lungo tempo senza copertura, fu oggetto nei primi anni del secolo ventesimo di un sistematico intervento di restauro, consistente nella posa delle basi, delle colonnine e dei capitelli in pietra di Bussoleno sul modello della casa di Porta Ferrata.

Casa di Porta Ferrata

Dell’edificio originario non resta che la facciata, oggetto di un attento restauro, come si rileva dal confronto con le fotografie ottocentesche che ne documentano lo stato precedente. Per quanto lacunosa, la sua struttura edilizia si offre come uno degli esempi più significativi della monumentalità medioevale aviglianese; il suo pregio appare ulteriormente rafforzato dalla particolarità del repertorio di forme decorative proposte.

Il portico presenta arcate a sesto acuto, evidenziate da cornici in cotto e rette da pilastri tondi in muratura, coronati da capitelli scolpiti con figure fantastiche.
La fascia marcapiano è composta da archetti incrociati sostenuti da mensoline con teste di uomini, di animali e di esseri grotteschi.
Le eleganti bifore trilobate – un ormai raro motivo architettonico-decoratico aviglianese – sono sorrette da un’esile colonnina in pietra con capitello scolpito e racchiuse da cornici in cotto dagli effetti chiaroscurali.

La bellezza d’insieme è testimoniata anche dal particolare interesse che indusse Alfredo D’Andrade a studiare il monumento, fino a riprodurlo fedelmente nel Borgo Medioevale di Torino – realizzato in occasione dell’esposizione del 1884 – accanto ad altri edifici desunti dai modelli ritenuti più significativi tra gli edifici piemontesi e valdostani del XV secolo sopravvissuti.
 
 
 
 

Piazzetta S. Maria

Pittoresca piazza situata nel Borgo Vecchio, lungo la via di Francia e circondata da case con resti di decorazioni gotiche in cotto del XV secolo.

La casa situata tra la Via XX Settembre ed il Vicolo Santa Maria, che porta alla omonima chiesa, (in basso a destra nella foto) presentava – come è possibile scoprire osservando vecchie fotografie di fine ottocento e di inizio novecento – una meridiana ad ore vere solari, orientata a levante e vecchie insegne di botteghe, che sottolineano l’importante ruolo commerciale svolto dal borgo aviglianese nel passato.
 
 
 
 
 

Torre dell’Orologio

La torre di forma ottagonale, innalzata intorno alla fine del ‘300 ed inserita nel circuito fortificato trecentesco del Borgo Nuovo, è ricca di decorazioni, con un giro di archetti pensili, ad imitazione di beccatelli, e si allarga verso l’alto formando un’altana di laterizi non intonacati con otto finestre ogivali.

Fedelmente riprodotta nel Borgo Medioevale di Torino, costruito al Valentino per la Mostra del 1884, viene erroneamente denominata “Torre dell’Orologio”, forse a ricordo di un’altra vicina grande torre d’angolo, già sede del comune medievale e, secondo la tradizione, fornita di un orologio pubblico installato nel 1330, primo in Piemonte e secondo in Italia dopo quello di S. Eustorgio in Milano.

Quest’ultima, facilmente identificabile nell’iconografia seicentesca del borgo, si ergeva al fondo dell’omonima via, all’angolo delle cortine murarie; incendiata e distrutta presumibilmente durante la presa di Avigliana del 1691, fu definitivamente rasa al suolo sul finire del XIX secolo.

La torre è prossima all’area su cui sorgeva la residenza della famiglia Testa – che diede i natali al frate agostiniano Cherubino (1451-1479), beatificato nel 1865 – e forse ne è riconoscibile come una delle tracce residue.

 
 
 

Pozzo di piazza Conte Rosso

All’interno della cinta muraria medievale, scavati sul rilievo roccioso su cui sorge la città, come all’esterno, verso la campagna punteggiata di cascine e di edifici rurali, esistono numerosi pozzi per l’approvvigionamento dell’acqua, di diverse epoche costruttive, di varia profondità, alcuni a presa diretta altri addirittura con doppie camere di riserva dell’acqua.
Tra tutti il più conosciuto e il più importante è sicuramente il monumentale pozzo risalente al XIV secolo situato quasi al centro della Piazza Conte Rosso, rinomato per la considerevole profondità’- 45 metri – e per l’abbondanza e la stabilità d’acqua della sua falda.
Nell’ottocento, durante lavori di pulizia, vennero estratti dal fondo innumerevoli oggetti di varia importanza sia storica che archeologica. Tra questi un frammento di colonna scolpita – ora al Museo Civico di Susa – della seconda metà del XIV secolo raffigurante un frate francescano dalle sembianze di volpe nell’atto di predicare a fedeli rappresentati da galline, oche e anatre.
Inoltre una profonda incisione sulle pietre di coronamento del pozzo – M.A. 1787 – ricorda che esso fu fatto restaurare da Michele Alotto, sindaco di Avigliana e nonno materno di Norberto Rosa, sul finire di quel secolo.

Fortificazioni murarie


In diversi punti del centro storico sono visibili alcuni resti del sistema difensivo e di accesso alla città: porte (S. Maria, Ferronia, S. Pietro), torri, murature risalgono all’epoca medievale, tra il XII ed il XV secolo. Porte d’accesso, mura inglobate in costruzioni di epoca successiva, alcune torri, danno un’idea della complessità del sistema difensivo cittadino che si legava a quello del Castello.

Il parco naturale dei laghi di Avigliana

Il parco naturale dei laghi di Avigliana è un’area naturale protetta del Piemonte ubicata in bassa valle di Susa, nell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, la cui sezione destra è compresa tra il monte Pirchiriano e la collina di Rivoli. E’ costituito da tre ecosistemi: i due laghi, la palude dei Mareschi e le colline moreniche. I laghi sono gli unici sopravvissuti tra quelli formatisi in seguito alle due ultime grandi glaciazioni pleistoceniche in Valle di Susa.
Il parco è stato istituito nel 1980 allo scopo di tutelare l’ecosistema della zona dei due laghi di Avigliana e della palude dei Mareschi, anche limitandone l’antropizzazione.

Il lago Grande
Il Lago Grande, un tempo detto Lago della Madonna, ha una estensione di 91,4 ettari, una profondità massima di 28 metri e si trova a quota media 352 m. s.l.m. Dal lato nord-ovest del Lago Grande fuoriesce il canale della Naviglia, il corso d’acqua emissario che attraversa la torbiera della Palude dei Mareschi tra Avigliana e Sant’Ambrogio di Torino per immettersi nella Dora Riparia.
Nella zona oggi paludosa dei Mareschi a seguito del ritiro del ghiacciaio segusino si era probabilmente formato anche un terzo lago, che però ebbe vita breve essendo stato in gran parte ricoperto dai detriti scivolati giù dai rilievi collinari circostanti.
Posto più a settentrione di quello Piccolo, sulle sue rive si sono sviluppate varie attività umane e, di recente, è tornato balneabile. Lungo la sponda nella parte settentrionale del lago è stata costruita una passerella galleggiante ad uso turistico.
Nel 2016 il Lago Grande è stato giudicato da Legambiente e Touring Club Italiano del terzo lago più bello e pulito d’Italia.
Di particolare interesse sulle rive del lago è il Santuario della Madonna dei Laghi.
 
Il lago Piccolo
Il lago Piccolo, detto anche Lago di Trana e un tempo chiamato Lago di San Bartolomeo (dal nome della borgata che si affaccia sulla sua sponda meridionale), ha un’estensione di 61,09 ettari, una profondità massima di 12 metri e si trova poco più in alto del lago Grande a quota media 356 m. s.l.m. Riceve tanti rivi immissari dalle colline boscose circostanti, il più importante dei quali è il Rio Freddo, e sversa le sue acque nel Lago Grande per mezzo di un canale che taglia a metà l’istmo.

A differenza del Lago Grande conserva abbastanza bene le caratteristiche naturali ed è un’apprezzata oasi naturalistica; sulle sue rive vi sono prati, una fascia di boschi e canneti e non è consentita la balneazione.

I Mareschi
I Mareschi costituiscono la zona palustre più occidentale d’Italia, situati nell’area pressoché pianeggiante in cui scorre il canale della Naviglia, unico emissario dei due laghi verso la Dora Riparia. Una particolarità era un tempo costituita dal fatto che, seppur raramente, la direzione del flusso dell’acqua si potesse invertire a seconda del livello delle acque del Lago grande e della portata della Dora.

Nel territorio del parco si trovano anche gli edifici di un’ormai dismessa fabbrica di esplosivi (la Dinamite Nobel), che costituisce attualmente un museo. Un altro edificio era invece sede della fabbrica di vernici Duco-Montecatini, dove trovò lavoro lo scrittore Primo Levi nell’immediato dopoguerra, e alla cui scrivania compose gran parte della sua celeberrima opera Se questo è un uomo.

Flora e fauna
La zona del lago ha una fauna tipicamente prealpina lacustre ed è biotopo confinante con quello di collina e bassa montagna e della zona umida dei mareschi.
La fauna avicola è particolarmente abbondante nei laghi, l’area ospita numerose specie di uccelli tra cui aironi cenerini, germani reali, folaghe, svassi e gallinelle d’acqua. Nella palude si trovano anche rane e fagiani.
Le specie ittiche presenti sono carpa, carassio, persici trota (black bass), persici reali, persici sole nonché tinche e scardole. È anche presente una florida popolazione di pescigatto.

La flora del parco è quella tipica delle zone umide.

Gli scavi archeologici

La statio Ad Fines in Borgata Malano

per vedere il filmato “Ad fines” tratto da una pubblicazione dell’associazione “Famija ‘d Drubiaij” clicca qui
L’individuazione della stazione di Ad Fines, nota grazie agli itinerari stradali di epoca romana a 16-18 miglia da Augusta Taurinorum verso la Gallia, è da ricondursi all’attività di ricerca di padre Placido Bacco, tra il 1858 ed il 1874. La scoperta, tra l’altro, dei resti di un edificio monumentale e di iscrizioni relative a personaggi impiegati presso l’ufficio doganale della Quadragesima Galliarum – il dazio pari ad 1/40 del valore delle merci in transito – permise subito di evidenziare l’importanza del sito nel Piemonte romano e nel ruolo di cerniera tra l’Italia e le province occidentali svolto dalla via diretta al valico del Monginevro (Matronae vertex).

per consultare il libro “Cenni storici su Avigliana e Susa” di Placido Bacco clicca qui

.La mancanza di un rilevamento preciso delle strutture rinvenute e di ulteriori scavi archeologici ha di fatto congelato le conoscenze sino a tempi recenti, quando si sono così portate alla luce parti di edifici che testimoniano una continuità insediativa per tutta l’età romana imperiale (I-V secolo d.C.), mentre non è ancora possibile ricostruire l’assetto urbanistico della statio in rapporto al tracciato viario che doveva in qualche modo averlo condizionato.
Un intervento di emergenza (1994) ha portato parzialmente in luce le fondazioni di un grande edificio dotato di un vano absidato, arricchito da intonaco parietale di colore rosso, da ricondurre probabilmente ad una funzione pubblica o semi-pubblica nell’ambito delle infrastrutture della stazione. Questa ospitava monumenti pubblici dedicati a membri della casa imperiale, con iconografie legate a vittorie militari sui barbari (rilevi del Museo di Antichità di Torino e in collezione privata ad Avigliana), nonché un culto alle dee epicorie dette Matronae.
Un ulteriore sondaggio archeologico (2003, 2006) ha portato alla luce notevoli strutture murarie di epoca tardo imperiale, aprendo notevoli prospettive di ampliamento.
Ad un primitivo edificio, contraddistinto da un’esedra rivolta a sud, viene addossato dal medesimo lato un ambiente quadrangolare, privo di pavimentazione finita, ma nel cui interno è stato individuato uno strato di ceneri e carboni e livelli di abbandono con frammenti di suspensurae e tubuli fittili. Questo fa ipotizzare che possa essere riferito ad un impianto termale dotato di un sistema di riscaldamento ad ipocausto.
Ad una fase di smantellamento delle strutture e di abbandono, per il momento non databile, è seguita l’edificazione di un nuovo edificio, preceduto dalla sistemazione di una canaletta curvilinea, con spallette in muratura, fondo e copertura in lastre di pietra. Si tratta di materiali di reimpiego, come mostra la diversità di dimensioni e la presenza di incassi per l’ingrappaggio. Le pareti risultano intonacate e i muri sono di dimensioni ragguardevoli (largh. m 0,45-0,58), ma non sono state rinvenute pavimentazioni di pregio, bensì semplici piani in terra battuta. Solamente il completamento dello scavo in corso potrà chiarire meglio la struttura di questo edificio tardo-antico; indubbia è la presenza di numerose tracce di frequentazione posteriore al suo abbandono, con livellamenti di macerie e resti di focolari.
Un’inumazione in fossa terragna, priva di corredo, è stata poi individuata a sud del muro meridionale dell’edificio, disposta parallelamente a questo, il cranio a est, testimonianza del consueto fenomeno delle sepolture altomedievali tra i ruderi di edifici precedenti.

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