El Salvador: quando la dittatura uccise l’informazione

Il 17 marzo 1982 quattro giornalisti olandesi vennero uccisi su ordine dei vertici del regime militare di Arena – Alianza Republicana Nacionalista. Solo nel giugno dello scorso anno i tre mandanti dell’omicidio, allora a capo delle Forze armate, sono stati condannati.

di David Lifodi

È il 4 giugno 2025 quando la giustizia di El Salvador condanna a 15 anni di carcere tre militari ai vertici delle Forze armate del piccolo paese centroamericano, finalmente dichiarati colpevoli dell’omicidio dei giornalisti olandesi Koos Koster, Jan Kuiper, Joop Willemsen e Hans ter Laag. L’assassinio dei quattro operatori dell’informazione era avvenuto il 17 marzo 1982, nel periodo della dittatura militare di Arena (Alianza Republicana Nacionalista, di estrema destra)

Il giudizio del tribunale di Chalatenango, il dipartimento dove si trova Santa Rosa, la località dell’imboscata compiuta ai danni dei giornalisti ad opera de Batallón Atonal, restituì finalmente verità e giustizia, dopo ben 43 anni di silenzi, depistaggi e impunità ai quattro reporter di Ikon, la rete televisiva pubblica dei Paesi bassi che si trovava in El Salvador per documentare le imminenti elezioni dell’Assemblea Costituente, che si sarebbero tenute il 28 marzo 1982. Solo cinque giorni prima dell’omicidio, i giornalisti erano stati fermati e interrogati dalla polizia salvadoregna capendo che erano stati seguiti in tutti i loro spostamenti.

Il giudizio che aveva inchiodato il generale José Guillermo García, ex ministro della Difesa all’epoca della cosiddetta Giunta Rivoluzionaria allora presieduta da José Napoleón Duarte (poi presidente del paese dal 1984 al 1989 nel segno della dittatura arenera), il colonnello Francisco Antonio Morán, ex direttore della polizia e il colonnello Mario Adalberto Reyes Mena (alla guida della 4ª Brigada de Infantería en Chalatenango) alle proprie responsabilità riconobbe il loro ruolo di mandanti dell’omicidio, poi compiuto dai paramilitari del Batallón Atonal nell’ambito delle minacce e delle intimidazioni condotte dalle squadracce al servizio di Arena contro la stampa internazionale dedita a fare luce sui crimini commessi dal regime negli anni della contrapposizione con la guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln).

Quanto al generale Rafael Flores Lima, ex capo di stato maggiore dell’esercito, e al sergente Mario Canizales, a capo della squadra del Batallón Atonal che realizzò materialmente l’imboscata ai giornalisti olandesi, sono entrambi già deceduti.

La sentenza contro i militari, che nell’occasione ha costretto anche lo Stato salvadoregno chiedere pubblicamente scusa ai familiari delle vittime per l’estrema lentezza con la quale la giustizia si è pronunciata in merito al caso, ha rappresentato, per El Salvador, un fatto storico nella lotta contro l’impunità e le violazioni dei diritti umani commesse all’epoca della dittatura (1979-1992), responsabile della sparizione di almeno 7.000 persone e della morte di circa 70.000.

Come accade spesso in questi casi, l’età avanzata viene in soccorso dei carnefici: José Guillermo García (sotto processo anche per il massacro di El Mozote del 10 dicembre 1981, quando il battaglione dell’esercito Atlacatl, al servizio del dittatore José Napoleón Duarte, sterminò gli abitanti di questo piccolo villaggio perché, secondo lui, offrivano appoggio alla guerriglia efemelista) e Francisco Antonio Morán, rispettivamente di 89 e 90 anni, sono si agli arresti, ma si trovano in un ospedale privato di San Salvador. Quanto a Mario Adalberto Reyes Mena, anni 84, risiede negli Usa, in Virginia, e difficilmente sarà estradato a causa della sua anzianità.

Il processo per l’omicidio dei giornalisti olandesi, che tra le altre cose stavano lavorando ad un documentario in cui volevano mettere in risalto le differenze di vita tra una famiglia che abitava nella capitale, San Salvador, ed una residente in una zona rurale dove maggiore era il conflitto tra l’esercito e la lotta armata della guerriglia, ebbe si inizio nel 1982, l’anno della loro uccisione, ma si fermò subito perché la giudice designata, a seguito delle minacce di morte sempre più frequenti, decise di fuggire in Canada. Poco più di dieci anni dopo, nel 1993, grazie al governo di Alfredo Cristiani, anch’esso arenero, tutti i militari beneficiarono dell’amnistia concessa a coloro che si erano macchiati di atti criminali durante la guerra.

Fu nel 2016, sotto Mauricio Funes, primo presidente progressista alla guida del paese dal ritorno della democrazia, che la giustizia salvadoregna dichiarò incostituzionale l’amnistia e, finalmente, nel 2018, l’Asociación Salvadoreña por los Derechos Humanos e la Fundación Comunicándonos riuscirono a far riaprire il processo per l’assassinio di Koos Koster, Jan Kuiper, Joop Willemsen e Hans ter Laag.

La loro storia è raccontata nel volume La Emboscada, pubblicato nel 2019 a cura della Fundación Comunicándonos. 

L’articolo è apparso su La Bottega Del Barbieri , il 15 marzo 2026

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