A 34 anni dagli accordi di pace: quando la memoria dà fastidio al potere
Trenta quattro anni dopo la firma degli Accordi di pace, El Salvador non solo affronta una crisi delle istituzioni democratiche, ma anche una sfida sul significato della sua storia recente. Il ricordo della fine della guerra civile si è trasformato in un terreno scomodo per il potere, proprio perché stabilisce limiti, responsabilità e lezioni che oggi si cerca di relativizzare.

Di Francisco Vicente Flores Graniello
A 34 anni dalla firma degli Accordi di Pace di Chapultepec, El Salvador vive un paradosso storico: mentre si esaltano l’ordine, la sicurezza e l’efficacia del governo, si minimizza – quando non lo si scredita – il processo politico che ha reso possibile la fine del conflitto armato e la transizione verso un regime civile[1].
Gli Accordi di Pace, firmati il 16 gennaio 1992, non furono un atto simbolico né una concessione ideologica. Furono il risultato di pareggio strategico dopo dodici anni di guerra civile, più di 75 mila vittime, migliaia di sparizioni e uno stato profondamente militarizzato[2]. Il suo intento principale fu quello di smantellare la guerra come mezzo di accesso e esercizio del potere politico.
Da una prospettiva istituzionale, gli Accordi portarono a delle trasformazioni strutturali: ridefinirono il ruolo delle forze armare, crearono la Policia Nacional Civil, diedero impulso a riforme giudiziarie e aprirono il sistema politico e la competizione elettorale[3]. Prima del 1992 queste condizioni erano inesistenti. Il pluralismo politico e l’alternanza pacifica erano impensabili.
Ciononostante, il principale problema storico non ha le sue radici negli Accordi né in sé stesso, ma nella sua attuazione parziale e selettiva. La demilitarizzazione dello stato non fu accompagnata da una democraticizzazione reale dell’economia né da una politica coerente di giustizia di transizione. Le impunità, la disuguaglianza strutturale e l’esclusione sociale rimasero come eredità e non conseguenza del conflitto armato[4].
Nel dibattito politico attuale sono emersi discorsi che sostengono che gli Accordi di Pace “non servirono a niente”. Questa affermazione non è frutto di un’analisi rigorosa, ma di una narrativa politica funzionale: delegittimare i limiti democratici che gli Accordi imposero all’esercizio del potere statale dopo il 1992[5]. Negare la loro rilevanza equivale, in pratica, a mettere in dubbio i fondamenti civili dello stato salvadoregno contemporaneo.
È certo che molti dei leader politici che emersero dopo la firma della pace – inclusi settori del vecchio FMLN – tradirono le aspettative sociali di una trasformazione profonda. Confondere i tradimenti passati con l’inutilità degli Accordi costituisce un volontario errore di analisi, utile a giustificare la concentrazione del potere e dell’indebolimento istituzionale[6].
L’attuale periodo che sta vivendo El Salvador – caratterizzato dalla centralizzazione del potere, dalla subordinazione delle istituzioni e la tensione permanente tra la sicurezza e i diritti – può essere compreso solo alla luce degli Accordi di Pace. Inclusi i progetti politici che oggi cercano di relativizzare o superare questo retaggio operano dentro il quadro statale che suddetti Accordi resero possibile[7].
La memoria storica è scomoda perché introduce dei limiti. Obbliga a riconoscere che la pace non è stato un regalo, ma una conquista sociale e politica, e che la sua erosione non è un incidente, ma una decisione cosciente. Una società che rinuncia a comprendere criticamente la sua trasformazione corre il rischio di normalizzare nuove forme di autoritarismo sotto discorsi di efficienza, ordine o modernizzazione[8].
A 34 anni da Chapultepec, la sconfitta non è idealizzare gli Accordi di Pace né trasformarli in un dogma, ma difenderne il loro senso storico fondamentale: la subordinazione della forza alla politica, e della politica alla cittadinanza. Senza una memoria critica la democrazia si svuota; senza dei limiti storici il potere straborda.
Tradotto da Elisa Merlano
Sull’autore
Francisco Vicente Flores Graniello è un politologo, analista e membro del Consejo Coordinador del Bosque Memorial San Óscar Arnulfo Romero. Le sue riflessioni si concentrano sulla memoria storica, le transizioni politiche, la democrazia postbellica e il potere in El Salvador e in America Latina.
[1] Rachel Sieder, War, Peace and Memory Politics in Central America, Bulletin of Latin American Research, 2001.
[2] Comisión de la Verdad para El Salvador, De la locura a la esperanza: la guerra de 12 años en El Salvador, Naciones Unidas, 1993.
[3] Naciones Unidas, Acuerdos de Paz de El Salvador, 1992.
[4] PNUD, Informes sobre Desarrollo Humano en El Salvador, varios años.
[5] Terry Lynn Karl, “The Hybrid Regimes of Central America”, Journal of Democracy, 1995.
[6] Tommie Sue Montgomery, Revolution in El Salvador: From Civil Strife to Civil Peace, Westview Press, 1995.
[7] Charles T. Call, Democratization, War, and State-Building: Constructing the Rule of Law in El Salvador, Palgrave Macmillan, 2002.
[8] Guillermo O’Donnell, Philippe Schmitter y Laurence Whitehead, Transitions from Authoritarian Rule, Johns Hopkins University Press, 1986.
