Intervista Katherine Johnson

KATHERINE JOHNSON

 

 

 

Con i suoi calcoli scritti con il gesso su una gigantesca lavagna del Centro “Langley” della Nasa permise all’America di spiccare il balzo nello spazio.
Katherine Johnson, la matematica afro-americana diventata celebre nel 2016 grazie al film Il diritto di contare, è deceduta lo scorso 23 febbraio a Newport, in Virginia, lo stesso stato in cui era nata il 26 agosto di 101 anni fa.
Nel 2016 aveva ricevuto dall’allora presidente Barack Obama una serie di prestigiosi riconoscimenti, compresa la medaglia Presidenziale della Libertà.
Katherine, il cui cognome era Coleman, acquisì il cognome Johnson dopo avere sposato un uomo conosciuto proprio nel periodo in cui iniziò a lavorare con poche altre colleghe afroamericane alla Nasa. Venne assunta nel centro che aveva il compito di calcolare le traiettorie per far sì che i veicoli spaziali raggiungessero lo spazio con uomini a bordo, rientrassero sulla Terra in sicurezza e, più tardi, si dirigessero verso la Luna.
Tre anni fa, la promozione del film Il diritto di contare ci permise di incontrarla.

Ecco cosa ci aveva detto:

 

Signora Johnson, quale fu il suo ruolo al centro Nasa della Virginia?

 All’inizio il mio compito era soprattutto studiare le traiettorie di rientro sulla Terra, con le capsule del programma Mercury. Mi occupai dei primi voli suborbitali, di Alan Shepard e Gus Grissom, e poi di quelli orbitali, il cui primo fu di John Glenn. Proprio con lui nacque subito una forte collaborazione e una bella amicizia. Era affascinato dal nostro lavoro, voleva sapere tutto. Dopo una verifica dei calcoli del suo primo volo orbitale, anche grazie a lui mi chiamarono a lavorare direttamente alla sua missione Mercury.

Era una fase davvero pionieristica…

Era una fase dell’astronautica che alla base aveva la matematica, fondamentale ancora oggi ma con computer sempre più potenti.  E senza la quale non potremmo far orbitare alcun satellite o mandare oggetti nello spazio.

Nell’epoca pre-informatica, come realizzava i calcoli delle traiettorie?

La maggior parte con carta e penna. L’importante era che fossero corretti. C’erano molti parametri da superare: i tipi di missione erano diversi, quindi il rientro a terra, le traiettorie, le velocità e tutto il resto avvenivano con modalità molto differenti. Ma il nostro orgoglio era che riportammo sempre a terra i nostri astronauti. Da lì nacquero tutte le conoscenze ed esperienze che ci permisero di portare, in pochi anni, l’Apollo 11 sulla Luna.

Come ha mostrato Il diritto di contare, quello fu un periodo difficile per voi, conferma?

Diciamo che la segregazione, all’epoca, era di moda. Ricercatori e tecnici bianchi da una parte, noi dall’altra. Quando mi trasferirono nell’ufficio che si occupava di Ricerca e volo spaziale, e mi accomodai tra tante altre persone, un signore accanto a me si commosse. Un bel ricordo.

Il Programma Mercury non è stato l’unico cui ha lavorato. Lei ha partecipato anche alle missioni Apollo.

In particolare, al volo dell’Apollo 13, una missione che si trovò in emergenza assoluta e per la quale fu necessario rifare molti calcoli di traiettorie per salvare gli astronauti e farli tornare a Terra.

In seguito, ho collaborato agli inizi del programma Space Shuttle e ai satelliti Ers per il telerilevamento.

Com’era da bambina, voleva fare la matematica? 

Ero un po’ matta!

No, scherzo, ero una bimba normalissima. Alle elementari ero la più giovane e la più piccola fisicamente. Rispondevo velocemente alle domande degli insegnanti. Ma è proprio ai tempi delle scuole primarie che ho iniziato ad appassionarmi alla matematica. In realtà volevo fare tante cose, solo dopo ho capito quale sarebbe stata la mia strada.

 

 

                                                   Katherine Johnson

https://bfcspace.com/2020/02/27/lultimo-incontro-con-katherine-johnson/

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