Identità, perdita e rinascita in Dispatch

Dispatch è un videogioco che alterna dialoghi a scelta multipla, sezioni gestionali leggere e momenti più cinematografici, ma sotto la superficie colorata e ironica parla di identità, fallimento e ricostruzione. Il suo protagonista è Robert Robertson, un tempo noto vigilante dotato di un’armatura tecnologica che lo rendeva una figura quasi leggendaria, che è costretto a ritirarsi dopo un incidente che lo priva del suo equipaggiamento e, con esso, della sua identità eroica. Non è un ritiro volontario, è un crollo improvviso, un taglio netto con il passato. Così Robert si ritrova a lavorare come operatore in una centrale di coordinamento per supereroi e supercriminali, costretto a confrontarsi ogni giorno con ciò che non è più. Le missioni che coordina, le conversazioni che affronta e le scelte che compie lo trascinano in un percorso che non riguarda solo la sicurezza della città, ma anche la ricostruzione di sé stesso. Ogni membro del gruppo riflette un lato della psiche di Robert: impulsività, paura, rabbia, bisogno di controllo, desiderio di essere utile. Interagire con loro significa, in un certo senso, interagire con parti di sé che il protagonista non ha ancora accettato. La comicità che ne consegue non è solo intrattenimento: è una difesa per far fronte al dolore. Ridere per non crollare, scherzare per non affrontare ciò che spaventa, sono difese utili a superare una crisi evolutiva e ricominciare.

